Sport, mente e identità: una riflessione oltre le Olimpiadi

Psicologia dello sport e salute mentale. Ho scelto di aspettare prima di scrivere delle Olimpiadi e delle Paralimpiadi. Non perché non ci fosse nulla da dire, ma perché durante i grandi eventi sportivi si parla già moltissimo di performance, pressione e resilienza.
Ma aspettare, per me, significava provare a fare un passo indietro. Guardare oltre il momento, oltre il risultato.
Negli ultimi anni, atlete come Simone Biles e Naomi Ōsaka hanno portato pubblicamente l’attenzione sul benessere psicologico degli atleti, contribuendo a normalizzare un tema che per troppo tempo è stato sottovalutato.
Quando si parla di psicologia dello sport, spesso si pensa alla prestazione, alla concentrazione, alla motivazione, alla gestione dell’ansia pre-gara. E sì, tutto questo fa parte del lavoro, ma la salute mentale nello sport riguarda anche:
- il bambino che vive male la pressione dei genitori
- l’adolescente che si identifica solo con il proprio ruolo di atleta
- l’adulto che usa lo sport per compensare insicurezze profonde
- l’infortunio che diventa una crisi identitaria
- il ritiro agonistico che lascia un vuoto difficile da nominare
- …
Quando si smette di guardare solo alla prestazione, diventa più evidente quanto lo sport non sia mai solo “fare”, ma anche (e soprattutto) “essere”. Un luogo in cui si costruiscono significati, identità, modi di stare con sé stessi e con gli altri.
Se le Olimpiadi ci mostrano l’apice della prestazione, le Paralimpiadi ci ricordano qualcosa di altrettanto importante: il rapporto tra identità, corpo e limite.
- C’è il rapporto con un corpo che cambia
- C’è il confronto con il “prima”
- C’è lo sguardo degli altri
- C’è il rischio di essere definiti solo dalla propria condizione
- …
Psicologia dello sport e salute mentale. Lo sport può diventare uno spazio in cui riappropriarsi del corpo, costruire competenza, sperimentare autonomia e appartenenza, può contribuire a ridefinire l’identità non più solo intorno al limite, ma anche intorno alle possibilità. Allo stesso tempo, credo sia importante evitare una narrazione semplicistica o esclusivamente eroica dell’atleta con disabilità.
Non sempre si tratta di “superare ogni ostacolo”.
A volte si tratta di accettare, integrare, trovare un nuovo equilibrio.
La salute mentale nello sport non è un tema accessorio e non riguarda solo l’élite: riguarda chi pratica sport a qualsiasi livello, gli allenatori, i genitori, le società sportive; riguarda anche il modo in cui parliamo di successo, di errore, di corpo, di limite.
Il ruolo dello psicologo dello sport, per come lo intendo io, non è “motivare” o spingere oltre il limite:
Si tratta piuttosto di creare uno spazio in cui l’atleta possa comprendere ciò che sta vivendo, dare senso alle proprie emozioni, distinguere il proprio valore dal risultato, imparare a stare nella pressione senza esserne schiacciato.
Perché lo sport non è fatto solo di performance e risultati, ma prima di tutto di persone.
