Amicizie universitarie che restano. Ci sono persone che fanno parte della nostra vita per un periodo preciso di tempo e che poi, lentamente, si allontanano. Non sempre per qualcosa di negativo, a volte semplicemente perché la vita continua a muoversi, cambiano le strade, le città, le abitudini e senza quasi accorgercene ci si perde un po’. Eppure alcuni legami, anche quando sembrano lontani, rimangono silenziosamente dentro di noi.

Ho studiato a Padova per tre anni, frequentando una triennale in psicologia in inglese, Psychological Science. E quando penso a quegli anni, la prima cosa che mi viene in mente non è tanto il fatto che il corso fosse in inglese, lingua che tra l’altro ho imparato davvero vivendo quell’esperienza, ma le persone con cui l’ho condivisa. Eravamo una classe piccola, fatta di persone molto diverse tra loro ma accomunate da grande curiosità, apertura mentale e voglia di scoprire il mondo. Non ricordo un ambiente competitivo o la necessità di dimostrare qualcosa agli altri. C’erano gruppi, come succede in ogni contesto, ma erano gruppi aperti che si mescolavano continuamente. Più che esclusione, ricordo inclusione. Più che rigidità, ricordo libertà di essere sé stessi.

E credo che questa sia una delle cose più importanti che possiamo vivere in certi momenti della nostra crescita: sentirci accolti mentre stiamo ancora cercando di capire chi siamo. Perché gli anni universitari spesso non costruiscono soltanto competenze o percorsi professionali, ma anche identità, relazioni e modi di stare nel mondo.

Poi, con il tempo, le vite hanno iniziato a prendere direzioni diverse. Erasmus, magistrali, lavori, città nuove. Alcuni rapporti sono rimasti presenti negli anni, altri invece si sono allontanati in modo molto naturale. Senza litigi, senza chiusure definitive. È come se avessimo semplicemente seguito il flusso della vita, sapendo inconsapevolmente che certe connessioni non spariscono davvero, anche quando smettono di essere quotidiane.

E infatti qualche settimana fa, dopo nove anni dall’inizio della triennale e circa sei anni senza vedere gran parte di loro, ci siamo ritrovati a Padova per una reunion. Ed è stato strano nel modo più bello possibile.

Amicizie universitarie che restano. Perché nonostante il tempo passato, le vite cambiate e tutte le esperienze vissute nel frattempo, è bastato davvero poco per sentirsi di nuovo catapultati a quei vent’anni. Seduti a bere uno spritz, a scherzare, a raccontarci le nostre vite come facevamo allora. Solo un po’ più grandi, un po’ più stanchi forse, ma anche più consapevoli.

La cosa che mi ha colpita di più è stata vedere come, nonostante le strade completamente diverse prese negli anni, ci fosse ancora qualcosa che ci accomunava profondamente. Quello spirito che caratterizzava la nostra classe era rimasto: apertura mentale, curiosità, inclusione. C’è chi sta facendo un dottorato, chi lavora in azienda, chi frequenta una scuola di psicoterapia, chi esercita già come psicologo. Vite molto diverse tra loro, ma con una sensibilità che in qualche modo continua ad assomigliarsi.

Ed è stato bello vivere quella leggerezza insieme, soprattutto in un periodo storico in cui spesso ci sentiamo costantemente immersi nella fretta, nelle aspettative, nelle notizie negative e nella sensazione di dover sempre rincorrere qualcosa.

Ritrovarsi con persone che appartengono a una parte autentica della nostra storia può ricordarci chi siamo stati e, a volte, anche chi siamo diventati.

Forse è anche questo il valore di certi incontri. Non hanno bisogno di essere continui per essere significativi. Alcune persone riescono a lasciarci dentro una sensazione di casa anche dopo anni di silenzio. E quando ci si ritrova, ci si accorge che il tempo ha cambiato molte cose, ma non necessariamente ciò che di bello si era costruito.

È questo che fanno alcune persone, proprio come il mare:

anche quando sembrano lontane, continuano a restarci dentro.