Quando il dolore degli altri ci stanca: la psicologia dietro le notizie di guerra

Fatica della compassione: cosa succede quando sentiamo troppo a lungo. Negli ultimi anni mi è capitato spesso di chiedermi se ci stiamo accorgendo davvero di quello che ci sta succedendo. Non mi riferisco soltanto alle guerre, né alla pandemia che abbiamo attraversato, ma a quella sensazione più sottile di vivere da molto tempo in uno stato di allerta quasi permanente. Come se da un’emergenza all’altra non ci fosse mai stato il tempo di tornare davvero a respirare. Appena una minaccia sembra allontanarsi, ne compare un’altra. Un nuovo conflitto, una nuova crisi, una nuova preoccupazione collettiva. E forse il punto non è più la singola notizia, ma l’effetto cumulativo di anni trascorsi ad adattarci a un mondo che sembra ricordarci continuamente quanto sia fragile e imprevedibile.
Credo che molti di noi si siano abituati a vivere in un clima di crisi quasi permanente. Continuiamo con la nostra quotidianità, mentre sullo sfondo scorrono guerre, emergenze e scenari che fino a pochi anni fa avremmo considerato impensabili. Eppure questo “rumore di fondo” non è privo di conseguenze. Lo ritrovo nella stanchezza, nell’irritabilità, nella preoccupazione per il futuro che molte persone raccontano senza riuscire a individuarne chiaramente l’origine.
L’esposizione continua alla sofferenza non ci rende necessariamente più sensibili. A volte, quando il dolore si prolunga nel tempo e sembra non avere fine, la nostra risposta emotiva cambia.
Fatica della compassione. Molte persone descrivono questa esperienza con una frase che spesso pronunciano quasi sottovoce, come se contenesse qualcosa di sbagliato: “Non riesco più a emozionarmi come prima” oppure “Quando sento certe notizie non provo quasi niente“. Sono parole che vengono accompagnate da senso di colpa, perché viviamo in una cultura che tende ad associare l’empatia a una disponibilità emotiva infinita; eppure la realtà psicologica è molto più complessa.
La nostra mente non è progettata per restare continuamente esposta al dolore senza subirne delle conseguenze. Esiste un limite alla quantità di sofferenza che possiamo osservare, elaborare e contenere. Quando questo limite viene superato può comparire quella che gli psicologi definiscono fatica della compassione, una forma di esaurimento emotivo che non nasce dall’assenza di empatia ma, paradossalmente, da un suo eccessivo utilizzo nel tempo. Non smettiamo di preoccuparci perché siamo diventati indifferenti, a volte smettiamo di sentire perché siamo stanchi.
Credo sia importante ricordare che questa apparente distanza emotiva non coincide necessariamente con l’indifferenza. Molte persone si preoccupano quando si accorgono di reagire meno intensamente a certe notizie, come se questo significasse essere diventate più fredde o meno sensibili, mentre spesso potrebbe trattarsi semplicemente del tentativo della nostra mente di proteggersi da un’esposizione continua al dolore. Dopotutto nessuno può restare per anni in uno stato di costante coinvolgimento emotivo senza pagarne il prezzo.
Dopo anni trascorsi a confrontarci con pandemie, guerre, crisi e notizie che hanno continuamente messo alla prova il nostro senso di sicurezza, può accadere che emerga una forma di stanchezza profonda che non sempre riconosciamo subito.
Per questo credo sia importante concederci il diritto di fermarci e riconoscerla senza giudicarla. Sentire meno non significa necessariamente sentire troppo poco; a volte significa semplicemente aver sentito troppo a lungo.
Forse la vera sfida oggi non è restare continuamente esposti a ogni notizia che arriva dal mondo, né sentirci obbligati a seguire ogni aggiornamento per dimostrare interesse o sensibilità. Forse la sfida è trovare un modo più sostenibile di restare in contatto con ciò che accade, preservando quelle energie emotive che rendono possibile l’empatia stessa.
In un tempo caratterizzato da crisi continue e da una costante sensazione di incertezza, proteggere la propria salute psicologica non significa voltarsi dall’altra parte, ma permettersi di continuare a sentire senza esaurirsi.
Per la stesura di questo articolo ho tratto alcuni spunti di riflessione da un interessante contributo pubblicato su JMIR Mental Health: Impact of Media-Induced Uncertainty on Mental Health: Narrative-Based Perspective“
