Ambiziosi sì, ma a che prezzo?

Ambizione: quando ti nutre e quando ti consuma.
L’ambizione è una parola che pesa: per qualcuno è una virtù, per altri quasi un difetto.
Spesso viene confusa con il “voler arrivare a tutti i costi”, ma in realtà l’ambizione è qualcosa di molto più complesso, e soprattutto molto più personale.
Se pensiamo all’ambizione al tempo dei boomer, il significato era piuttosto chiaro: crescere, salire, ottenere stabilità, raggiungere un ruolo, una posizione, un riconoscimento. Le possibilità erano diverse, i percorsi più lineari, e l’ambizione era spesso legata al sacrificio e alla resistenza: si faticava, si teneva duro e si andava avanti.
Oggi il contesto è cambiato: le opportunità sono diverse, ma anche più instabili; i confini tra vita privata e lavoro sono più sfumati, le richieste più continue e ci sono confronti costanti. E allora nasce una domanda che sento sempre più spesso:
ha ancora senso essere ambiziosi o è più sano rallentare?
Forse la risposta non è “o l’uno o l’altro”. Forse il punto è che tipo di ambizione stiamo inseguendo.
Esiste un’ambizione che nutre: quella che stimola, che fa crescere, che spinge a migliorarsi come persone e come professionisti. È l’ambizione che dà senso alla fatica, perché la fatica, quando si ha un obiettivo sentito, è parte del processo; non è sempre piacevole, ma è coerente con ciò che si vuole diventare. E poi esiste un’altra ambizione. Quella che isola: quella che allontana da tutto e da tutti; quella che, pur di arrivare, fa perdere di vista il motivo per cui si era partiti. In questi casi non si corre più verso qualcosa, ma scappando da qualcosa: dal fallimento, dal giudizio e dall’idea di aver “mollato”. L’ambizione, quando è sana, aiuta a fare meglio e quando diventa rigida, invece, può trasformarsi in una gabbia.
Ci sono momenti in cui ci si accorge di non essere più soddisfatti e di fare le cose senza piacere: nonostante l’impegno, nonostante l’energia investita, nonostante la fatica che continua a esserci (perché sì, la fatica è inevitabile se si vuole raggiungere qualcosa). Ma c’è una differenza tra una fatica che ha senso e una fatica che svuota: quando si arriva a rincorrere un obiettivo che non si sente più proprio, qualcosa si incrina; quando si continua solo perché “era stato deciso così”, perché “ormai si è iniziato”, perché “non si può tornare indietro”, il rischio è perdersi per strada. Le persone cambiano e si evolvono, e con loro cambiano i bisogni, le priorità e le loro aspirazioni.
Restare fedeli a se stessi non significa restare immobili, ma avere il coraggio di rimettere in discussione ciò che non risuona più.
Oggi l’ambizione non è necessariamente diventare il capo, il manager, arrivare più in alto di tutti; può essere trovare un ruolo che stimoli, un contesto che non schiacci e un equilibrio che permetta di crescere senza consumarsi. Essere ambiziosi, oggi, può significare aspirare a quanto più si può e si vuole, non a quanto “si dovrebbe”; significa andare avanti con piacere, sentendo che ciò che si fa ha un senso. Quando il piacere scompare e resta solo l’obiettivo, qualcosa va ascoltato e non ignorato o forzato.
Rivalutare non significa arrendersi: chiedersi dove si vuole arrivare, chi si vuole essere, che vita si vuole costruire è un atto di responsabilità e non di debolezza. Ambizione: quando ti nutre e quando ti consuma. L’ambizione è anche trovare il proprio posto: quel luogo (fisico o simbolico) in cui ci si alza la mattina e, pur sapendo che ci saranno sempre gli stessi compiti, li si affronta con una certa serenità. È importante imparare a distinguere quando l’ambizione fa bene e quando inizia a fare male.
Perché sì, può capitare di disorientarsi, e per un periodo va anche bene: il disorientamento fa parte di alcuni passaggi della vita, ma ignorare troppo a lungo l’insoddisfazione può avere un costo alto.
Forse l’ambizione più autentica è quella che non ci allontana da noi stessi: quella che ci permette di crescere senza perderci, quella che non chiede di arrivare “a tutti i costi”, ma di arrivare restando integri.
