Il problema non è tornare dalle vacanze

Settembre ha una capacità piuttosto particolare di farci sentire in ritardo ancora prima di aver ricominciato davvero. Basta aprire la mail, guardare il calendario, ricordarsi delle cose lasciate in sospeso prima delle ferie e in pochissimo tempo quella persona che fino a qualche giorno prima riusciva tranquillamente a passare un pomeriggio senza sapere che ore fossero si ritrova a pensare a tutto quello che deve fare entro venerdì.
E ogni anno succede più o meno la stessa cosa: torniamo dalle vacanze e ci aspettiamo di essere riposati, energici e possibilmente anche molto motivati perché in fondo ci siamo appena fermati e dovremmo aver fatto il pieno; eppure a volte bastano pochi giorni per chiederci dove sia finito tutto quel riposo.
La cosa interessante è che tendiamo a interpretarlo quasi come un piccolo fallimento personale. Ma come, sono appena tornata dalle ferie e sono già stanca? Come se le vacanze fossero una batteria da caricare ad agosto e utilizzare lentamente fino alla pausa successiva.
La ricerca racconta qualcosa di diverso e anche piuttosto rassicurante. Le vacanze fanno effettivamente bene e nello studio di Brosch e colleghi il benessere era maggiore durante le ferie rispetto a prima, ma una parte di questi benefici tendeva a diminuire con il ritorno alla quotidianità lavorativa. Gli autori parlano di fade-out effect, una sorta di dissolvenza degli effetti positivi delle vacanze.
Quando l’ho letto ho pensato che in fondo pretendiamo parecchio dalle ferie: chiediamo a qualche settimana di riposo di compensare mesi di sveglie, scadenze, responsabilità e giornate piene e poi pretendiamo che l’energia recuperata rimanga intatta proprio mentre ricominciamo a utilizzarla.
C’è però un risultato dello studio che mi ha fatto riflettere ancora di più. Le persone meno coinvolte nel proprio lavoro sembravano beneficiare maggiormente delle vacanze ma perdevano anche più velocemente parte dell’energia recuperata al rientro, mentre chi mostrava un maggiore work engagement tendeva a mantenere più a lungo alcuni di questi benefici.
E allora il rientro diventa qualcosa di più interessante del semplice “non ho voglia di tornare al lavoro”. Perché possiamo amare il nostro lavoro e preferire comunque una mattina al mare a una riunione delle nove, direi che possiamo concedercelo, ma c’è differenza tra la normale fatica di ricominciare e la sensazione che la nostra quotidianità riesca in pochissimo tempo a prosciugare tutto ciò che avevamo recuperato.
Quando siamo immersi per mesi nello stesso ritmo finiamo per abituarci alle giornate troppo piene, alle pause saltate, alle notifiche fuori orario e a tante piccole cose che consumano energia senza che ce ne accorgiamo più; poi ci fermiamo e quando torniamo le sentiamo di nuovo.
Mi viene da pensare al mare quando dopo diverse ore in barca si torna sulla terraferma e per qualche momento sembra che il pavimento continui a muoversi. Non è la terra ad essere cambiata, siamo noi che arriviamo da un movimento diverso e proprio per questo riusciamo a percepire qualcosa che prima non notavamo.
Il rientro può avere un po’ la stessa funzione e invece di chiederci soltanto quanto ci metterò a tornare al ritmo di prima? potremmo provare a farci una domanda diversa: mi piace il ritmo a cui sto cercando di tornare?
Non possiamo eliminare tutto ciò che ci stanca e non abbiamo sempre la possibilità di cambiare orari, carichi di lavoro o responsabilità, ma possiamo accorgerci di ciò che consuma maggiormente le nostre energie e smettere di pensare al recupero come qualcosa che appartiene esclusivamente alle ferie.
Non dobbiamo necessariamente tornare diversi dalle vacanze ma sarebbe un peccato tornare senza esserci accorti di niente.
Questo articolo nasce da riflessioni personali ispirate dalla letteratura scientifica sul benessere durante e dopo le vacanze e sul ritorno al lavoro.
Riferimento bibliografico: Brosch, E.-K., Binnewies, C., Gröning, C., & Forthmann, B. (2024). The role of general work engagement and well-being for vacation effects and for vacation fade-out. Applied Psychology, 73, 509–539
